Il racconto di Lilia

“Invito i ragazzi a imparare la lingua e la cultura italiana senza dimenticare quella delle loro origini. Imparare e non dimenticare, così anche noi possiamo imparare da loro e alimentare il dialogo.”

“Invito i ragazzi a imparare la lingua e la cultura italiana senza dimenticare quella delle loro origini. Imparare e non dimenticare, così anche noi possiamo imparare da loro e alimentare il dialogo.”

L’esperienza dello Spazio Compiti a San Tomaso tra apprendimento scolastico e dialogo tra culture

Signora Lilia, è una figura attiva nella storia del quartiere San Tomaso: da quanto tempo abita qui e di cosa si occupa? Sono arrivata a Bergamo nel 1976 e da allora vivo sempre nella stessa casa nel quartiere San Tomaso. Mi dedico al volontariato dagli anni ‘90 e allo “Spazio Compiti” ho trovato delle persone con cui ho una relazione di stima e fiducia, ci supportiamo nell’insegnamento ai ragazzi. La mia materia è la matematica. Ho sempre stimato la professione dell’insegnante e alla fine lo sono diventata anch’io.

Quante persone e con quale impegno si dedicano a questo progetto?
Siamo 5 – 6 volontarie regolari nel seguire i ragazzi e in totale i bambini coinvolti sono 35. Purtroppo siamo pochissime.
Ci sono 16  ragazzi delle medie, tutti di terza media; 12 bambini tra seconda e terza elementare e 6-7 tra quarta e quinta elementare.
Io vengo tutti i giorni. I bambini di seconda e terza elementare vengono il martedì e il giovedì, mentre il lunedì, mercoledì e venerdì vengono quelli di quarta e quinta.
In più ci sono i ragazzi delle scuole medie che sono 16 e siamo solo in 2 adulte. A volte capita un imprevisto e mi trovo da sola, 2 adulti con 16 ragazzi è troppo poco.
Ci servirebbe aiuto! Ho chiesto anche a scuola ma al momento non sembrano esserci genitori disponibili a venire una o due ore alla settimana.

Quali sono le sfide che affronta nello “Spazio Compiti”?
Ci vuole attenzione nel supportare i bambini e i ragazzi nello “Spazio Compiti”, è fondamentale adeguarsi al metodo adottato dall’insegnante a scuola, per non creare maggiore confusione a chi sta cercando di apprendere. Il lavoro più complicato è proprio insegnare il metodo di studio ai ragazzi.
Questi ragazzi sono tutti stranieri; la scuola dà dei compiti differenziati però c’è una grande fatica perché non riescono a seguire l’italiano, immagini parlare di storia, della Costituzione, della democrazia, dei partiti… come fanno a capire senza una conoscenza solida della lingua?
Un’altra grande sfida è chiedersi: rimarranno in Italia? Andranno in Inghilterra, come è capitato? O in Belgio? O in Spagna? E poi cosa faranno lì, ricominceranno da capo a 14 anni?
Per la maggior parte non sono preparati e hanno bisogno di tanto supporto, la situazione è difficile però noi qui ci diamo da fare. Ogni volta ci diciamo “facciamo quello che possiamo”. Crediamo di poter educare.

Com’è nata e come funziona la relazione con la Scuola?
Mi sono attivata e ho cercato il confronto con un’insegnante della scuola Biffi e una della Calvi. Ho sempre parlato con le maestre, cercavo di capire le esigenze dei singoli ragazzi confrontandomi con loro.
All’inizio dell’anno contatto le insegnanti e segnalo la disponibilità ad accogliere i ragazzi che hanno necessità di supporto. Durante l’anno manteniamo in contatti per condividere alcune informazioni sul percorso.

Con quali realtà del territorio ha intessuto relazioni?
Con la Scuola, con la Parrocchia che ci ospita. Don Andrea ci lascia sempre questi locali grandi adatti allo “Spazio Compiti”. Questo locale è perfetto perché ha il tavolo rotondo.
E poi partecipo agli incontri della Rete di quartiere che si tengono tutti i mesi presso il Centro Terza Età con le altre realtà del quartiere.

Come immagina il quartiere del futuro?
Vorrei un quartiere più vivo. Ci manca qualcosa che possa unire di più, anche se le persone più adulte si trovano nel Centro Terza Età. Purtroppo è un quartiere di anziani, ce ne sono tanti che necessitano una badante in casa e i giovani in buona parte sono stranieri che vanno e vengono, oggi abitano qui e domani là. Inoltre i ragazzi non frequentano il quartiere ma si spostano in Centro, in Città Alta, a Milano.

Cosa direbbe per convincere le persone a partecipare di più alla vita del quartiere?
Ci sono molti stranieri e sembra difficile coinvolgerli nella vita del quartiere.
Sono diffidenti, anche la parte della popolazione più accogliente nei loro confronti, dalla mia esperienza, non riesce a coinvolgerli in modo efficace. Non saprei bene cosa dire.

Qual è l’aspetto più importante della sua partecipazione alla vita del quartiere?
L’aspetto più importante è cercare di aiutare questi ragazzi a inserirsi nel mondo in cui si trovano, pur mantenendo la loro cultura.
Io ripeto sempre che le culture si devono unire. Con i ragazzi è questo che cerchiamo di fare, oltre a insegnare che 2×2 fa 4, è questo che cerchiamo di trasmettere loro.
Imparare la nostra cultura e non dimenticare la loro, io dico sempre “imparate l’italiano ma non dimenticate la vostra lingua, perché è la vostra madre” e li sprono a cercare d’imparare e non dimenticare così anche noi possiamo imparare da loro e alimentare il dialogo.

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