Il racconto di Emilio

“Ci sono dei ragazzi che, quando sono arrivati anni fa, erano veramente messi male, sembravano senza speranza. Oggi invece sono ingegneri. Ti rendi conto?”

“Ci sono dei ragazzi che, quando sono arrivati anni fa, erano veramente messi male, sembravano senza speranza. Oggi invece sono ingegneri. Ti rendi conto?”

La falegnameria che aiuta i ragazzi di Monterosso a crescere

Tra assi di legno e attrezzi, ci accogli sorridendo in questo tuo laboratorio di falegnameria. Emilio, qual è il tuo ruolo nel quartiere?

Io sono il tuttofare pratico di Monterosso. Con la scusa che mi piace sperimentare, dieci anni fa mi sono inventato questa attività perché c’era bisogno di manodopera. Erano soprattutto gli anziani ad avere necessità di qualche lavoretto qua e là, aggiustare una tapparella, una porta, un cancello… Io mi sono offerto e da allora non ho più smesso. Oggi ad aiutarmi ci sono anche Walter e Vasco e, naturalmente, i ragazzi e le ragazze che passano di qua.

Nel quartiere infatti sei famoso soprattutto per il tuo lavoro con i giovani, come è cominciato?

Qualche anno fa mi sono reso conto che io avevo bisogno di una mano e che c’erano tanti ragazzi che se ne stavano in giro a perder tempo, facendo poco e niente. Così ho parlato con il curato, Don Antoine, e gli ho proposto di aiutare questi ragazzi facendogli fare qualcosina. Volevo che imparassero cosa vuol dire impegnarsi e lavorare sodo.

Qual è l’esperienza che ricordi con più affetto?

La costruzione della macchinina in legno per la Soap Box Rally. Ci sono voluti più di sette mesi per realizzarla ed eravamo in dieci a lavorarci su. Considera che bisogna partire da zero e che ci sono regole precise sulle misure e sul peso che la macchinina deve avere. Poi c’è tutto l’aspetto della creatività, che a noi ha fatto vincere il primo premio. Ecco, in quei mesi io ho visto una tale partecipazione nei ragazzi che poi un po’ mi ha commosso vederli lì quel giorno, a farsi fare fotografie, a parlare con i giornalisti e ad essere al centro dell’attenzione. Erano cose a cui non erano abituati e gli ha fatto molto bene non sentirsi esclusi per una volta. Se lo sono meritati.

Che rapporto hai con la Rete sociale di Monterosso?

La Rete sociale qui è incredibile. Si vede gente che fa, organizza, si muove, si attiva. Vedi che la gente ha voglia di fare cose per gli altri. Io non ho mai visto una cosa del genere in altri quartieri, non ho mai visto una Festa di quartiere che dura un mese e che ha una lista di eventi così lunga. Ora stiamo organizzando il concerto e il palco è stato preso con una raccolta fondi. Io non ho mai trovato persone più disponibili. Intorno a questa falegnameria ruota veramente un mondo, è importante che i ragazzi ne facciano parte.

Emilio, un’ultima domanda: perché hai scelto di lavorare con i ragazzi?

La verità? Mi riesce facile perché li capisco profondamente. La maggior parte dei ragazzi che finiscono in questo laboratorio si sentono inferiori, diversi, giudicati. Poi succede qualcosa. Li vedo cambiare piano piano, vedo che si appassionano, che trovano uno scopo. Ci sono dei ragazzi che, quando sono arrivati anni fa, erano veramente messi male, sembravano senza speranza. Oggi invece sono ingegneri. Ti rendi conto? Quando mi incontrano per strada in tanti ancora mi fermano dicendomi quanto è cambiata la loro vita.

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